Stavolta il ministro Fornero non ha pianto. Anzi, il lavoro sporco del governo Berlusconi, che costringe oggi migliaia di lavoratori prossimi alla pensione a riapagarsi i contributi, non le è affatto dispiaciuto e lo ha detto chiaro e tondo: è stata una scelta equa e giusta. Eppure quella legge del 2010, la numero 122, che a lei piace, toglie il sonno a migliaia di lavoratori e, il 13 aprile, a Roma, porta in piazza Cgil, Cisl, Uil e Ugl.
Intanto la legge 122 sta producendo migliaia di risultati come questi: «Sono un ex dipendente della Pubblica amministrazione”, scrive un lavoratore a Milena Gabanelli conduttrice del programma di informazione Report in onda su Rai3. “Ho lavorato 22 anni in una Ausl, che versava i miei contributi all'Inpdap, poi, 15 anni fa, sono passato alle dipendenze di una azienda privata, che li ha versati all'Inps; quando chiesi la ricongiunzione, mi fu consigliato dai funzionari dell'Inps di farlo l'ultimo giorno di lavoro, perché tanto era gratuita. Ora ho scoperto, per caso, che per fare la ricongiunzione dovrò sborsare 93 mila euro, che ovviamente non ho. Quindi, se questa legge non viene modificata, mi trovo a dover rinunciare a 22 anni di contributi, o rinunciare alla liquidazione, e andare in pensione a 66 anni piuttosto che a 62 e con una pensione di 1.400 euro lordi, invece di 2.500. Questo dopo aver versato 43 anni di contributi!». Altro lavoratore: «Ho lavorato 31 anni presso la ragioneria del Comune e versato i contributi all'Inpdap; poi, 9 anni fa, hanno ridotto il personale e sono passata a una ditta privata, che li ha versati all'Inps. Adesso sto ultimando il 41esimo anno di lavoro e, per fare la ricongiunzione, vogliono più di 200.000 euro. Mi dicono: "Però può pagare a rate...", ma quali rate, visto che io dovrei andare in pensione con 1.600 euro al mese!».
Come si è giunti a questo epilogo? Due anni fa, tra le misure decise per la Finanziaria è stata inserita anche la legge 122 che, in pratica, rendeva onerose anche le ricongiunzioni del contributi dall’Inpdap all’Inps, sino ad allora gratuite. C’è un perché: l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne del pubblico impiego da 60 a 65 anni. Tra loro, avrà pensato l’allora ministro del welfare Sacconi, c’è anche chi avrà lavorato qualche anno nel settore privato, e avrà quindi versato un po’ di contributi all’Inps, che per le donne prevede la pensione a 60 anni. Il “rischio”, per il governo, era che quelle dipendenti pubbliche potessero scegliere di ricongiungere i loro contributi all’Inps e non all’Inpdap, andando così in pensione di vecchiaia prima del previsto, anche se con un importo più basso – questo perché, a parità di contributi la pensione Inpdap è più alta –. Sarebbe bastato un provvedimento specifico per evitare l’impiccio. Invece è nata la legge 122 che nel baratro ci ha messo tutti.
“È una misura di una gravità inaudita”, afferma Maira Luisa Gnecchi, deputato del Pd che per prima s’è accorta del disastro causato dalle norme contenute nella legge n.122. Non solo. Per un anno Gnecchi ha cercato di convincere i propri colleghi che quelle misure erano non solo inique e ingiuste, ma che andavano cambiate al più presto. Fino a quando, nel luglio del 2011, tutti i gruppi parlamentari hanno votato una sua mozione per abolire la legge. Sostituito Berlusconi con il governo Monti, non è, però, cambiato niente. Entrambi gli esecutivi hanno dimenticato il risultato di quel voto e ora la mozione è ancora ferma in commissione Bilancio.
“Di mezzo – puntualizza il deputato Pd – ci andranno tutti i lavoratori socialmente utili, le categorie basse soggette alle esternalizzazioni, gli addetti alle pulizie delle scuole passati a cooperative con contratti nel settore privato per far risparmiare l’ente pubblico, dipendenti dei fondi speciali (telefonici, ferrovieri, elettrici ecc.). In pratica, in una situazione nella quale la collettività ha risparmiato, il povero lavoratore adesso si ritrova a dover pagare per uno sbaglio fatto da tutti”.
Oltre agli sbagli clamorosi, la legge 122 si porta dietro anche un giallo: nel testo iniziale era previsto che per lo Stato la misura sarebbe stata a costo zero. Poi, improvvisamente, è spuntata la cifra di un miliardo e quattrocentosettanta milioni di euro. Ed è quanto occorrerebbe per cancellare la 122, ha detto il ministro Fornero, citando come fonte il presidente dell’Inps Mastrapasqua. Il quale, a seguito della richiesta del deputato Gnecchi, ha tenuto un’audizione in Parlamento per spiegare la nascita di quello strano conto. “Nel corso dell’audizione, Mastrapasqua non solo ha glissato su tutto – riferisce la deputata del Pd – ma anche detto che quella cifra non l’ha tirata fuori l’Inps ma il Governo: in altre parole, la ministro Fornero se li sarebbe fatti fare dal ministero. Faccio notare – continua Gnecchi – che noi abbiamo chiesto l’audizione dell’Inps proprio perché la ministra, rispondendo a una mia interrogazione in commissione aveva detto che i conti erano stati fatti dall’Inps, sennò non avrei chiesto l’audizione dell’Inps, ovviamente”.
Ai silenzi del presidente dell’Inps ieri in parlamento si sono aggiunti anche quelli del direttore generale dell'inps Mauro Nori. “Nel corso della sua audizione – racconta la parlamentare del Pd – purtroppo si è parlato di ricongiunzioni solo alla fine dell'audizione. Ma anche Nori ha ripetuto la solita motivazione: "impedire alle donne del pubblico impiego di trasferire i propri contributi gratuitamente per andare in pensione di vecchiaia prima". Sono ormai assolutamente convinta che qualunque giudice dovrebbe prendere atto di tutte queste dichiarazioni ufficiali nel caso in cui si portino avanti dei contenziosi.
Dopo l'audizione, Nori ha assunto l'impegno di tornare in Parlamento con conti precisi”. Un governo noto per la sua sobrietà quanto ancora può permettersi un simile carosello intorno alla vita di tante persone?









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