Monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Bojano e presidente della Commissione Lavoro, giustizia e pace della Conferenza episcopale italiana, docente di Storia della Chiesa con una lunga esperienza di operaio in fabbrica negli anni della giovinezza, appoggia la battaglia della Cgil.
«Bisogna chiedersi, davanti alla questione dei licenziamenti, chiamati elegantemente, con un eufemismo, 'flessibilità in uscità, se il lavoratore è persona o merce. È la grande istanza dell'enciclica sociale Rerum Novarum. La questione di fondo. Il lavoratore non è una merce. Non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio, perchè resta invenduto in magazzino».
Lo dice monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Bojano e presidente della Commissione Lavoro, giustizia e pace della Conferenza episcopale italiana, docente di Storia della Chiesa con una lunga esperienza di operaio in fabbrica negli anni della giovinezza, a 'afmiglia Cristianà. «Leone XIII- ricorda- lo scrisse nella pietra miliare del cattolicesimo sociale, emanata nel 1891, più di un secolo fa. È un pò come nella questione della domenica derubricata a giorno lavorativo. In politica ormai l'aspetto tecnico sta diventando prevalente sull'aspetto etico».
Provo dispiacere nel vedere la Cgil lasciata fuori da questa riforma». Lo dice monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Bojano e presidente della Commissione Lavoro, giustizia e pace della Conferenza episcopale italiana, intervistato da 'Famiglia cristianà. «Un fatto che viene quasi dato come scontato- prosegue-, quasi che il primo sindacato italiano per numero di iscritti non sia una cosa preziosa per una riforma del lavoro. Dietro questa fetta di sindacato c'è tutto un mondo importante, cruciale, da coinvolgere per camminare verso il futuro». Altrimenti, osserva, «c'è il rischio che questa parte sociale, con i suoi milioni di iscritti, resti disillusa, arrabbiata, ripiegata su atteggiamenti difensivi, su un passato che non c'è più. Lasciare fuori la Cgil sarebbe una perdita di speranza notevole, un grave errore».









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