Magistrati e polizia hanno messo a segno una lunga sequela di sequestri e confische capace di minacciare seriamente l’impero criminale dei boss. Ma oggi tutto questo lavoro rischia di andare perduto a causa di una legge approvata dal precedente governo. Vediamo perché.
Secondo gli ultimi dati sono 11.705 i beni (10.225 immobili e 1.480 aziende) tolti alle famiglie malavitose (l’87 per cento dei quali nel Sud). Con le proprietà sotto sequestro, si sale oltre quota cinquantamila. Ma dopo battaglie vinte, lo Stato rischia di perdere la guerra alla mafia nella gestione dei beni confiscati. Il nemico non viene da fuori, dalle difficoltà di colpire il tesoro criminale o dal protervo ritorno degli ex proprietari. A generare il “danno” sarebbero le ultime leggi, anzi la “legge”. Il riferimento è al cosiddetto codice antimafia, approvato nello scorso agosto dal governo di centrodestra ed entrato in vigore a ottobre.
L’allarme proviene dalle associazioni e dai magistrati più esposti contro i clan. Negli intenti il codice doveva essere uno strumento necessario a potenziare il contrasto alla criminalità organizzata. Ma alcuni passaggi del testo, nato sotto la regia della coppia sicula di ministri Alfano-Palma – accusano magistrati e associazioni – «rischiano di vanificare anni di inchieste giudiziarie e di complesse indagini sulla malavita». Come? «Innanzitutto – spiega Davide Pati, responsabile nazionale di Libera per i beni confiscati – accorciando il tempo utile ai giudici per dimostrare l’illecita provenienza dei beni. Se la Corte d’appello non si pronuncia entro un anno e sei mesi dal deposito del ricorso degli ex proprietari, il provvedimento di confisca perde efficacia. Con il paradosso che, anche se il processo penale a carico del mafioso continua, per il bene si ricomincia daccapo». E questo esito rischia di aumentare la ritrosia dei Comuni a occuparsi dei beni, un cavillo che tira in ballo la “prestazione equivalente”. Se, a processo concluso, il giudice dovesse decidere per la restituzione del bene già assegnato, dovrà essere l’amministrazione assegnataria a mettere mano ai già magri bilanci per una somma pari al valore dell’edificio.
Un’altra chicca del codice sembra addirittura studiata per remare contro il recupero dei beni mafiosi. Si tratta di quella disposizione che allarga le maglie della vendita dei beni. Conclusa la verifica dello stato passivo, d’ora in poi l’amministratore giudiziario dovrà effettuare la liquidazione dei beni mobili, delle aziende o rami d’azienda e degli immobili «ove le somme apprese, riscosse o comunque ricevute non siano sufficienti a soddisfare i creditori».
«Con questa norma – spiega Roberto Iovino del dipartimento legalità e sicurezza della Cgil – si assimila il procedimento di prevenzione a quello fallimentare, anteponendo gli interessi dei creditori a quelli sociali. Un favore alle banche e ai fornitori che avevano legami con i clan».
Per capirne l’impatto, basta guardare la lista delle proprietà in gestione dell’agenzia beni confiscati. L’85 per cento dei 2.944 immobili amministrati dall’agenzia ha vincoli di diversa natura, a cominciare dalle ipoteche o dalla diretta dipendenza da aziende ancora in mano ai mafiosi, che ora possono rivendicare diritti.
Il caso delle aziende confiscate è un paradosso. Anche se hanno fatturato, gli amministratori devono riparare i buchi fatti dalla gestione mafiosa. E un terzo di esse passa all’agenzia nazionale già in una situazione debitoria grave. A quel punto imprese strappate ai clan a costo di duri sacrifici, e che secondo le stime del sindacato danno lavoro ad almeno cinquantamila persone, quasi sempre chiudono i battenti, dopo il sequestro e la confisca. «Il momento più difficile – spiega Antonio Cananà, ex viceprefetto dell’agenzia – è quello successivo al sequestro. Le banche, che fino al giorno prima concedevano prestiti ai mafiosi, chiedono la liquidazione dei fidi, i creditori si fanno avanti aggressivi e le commesse diventano rare». Secondo l’agenzia, dal 1983 a oggi lo Stato è riuscito a rimettere sul mercato appena 45 imprese su quasi 1.500 confiscate. Le altre sono fallite o destinate a fallire.
Da più parti, a questo punto, si invoca una revisione del testo. Le associazioni, ad esempio, chiedono che le somme di denaro confiscate e confluite nel fondo unico per la giustizia, circa 2,5 miliardi di euro, vadano alla gestione di altri beni immobili e aziendali confiscati. Ma per orientare quelle risorse, è necessario eliminare un piccolo inciso della legge che recita: “senza oneri per lo Stato”. Cinque parole che rischiano di affondare il lavoro delle cooperative che in questi anni hanno rappresentato, spesso in completa solitudine, l’avanguardia della lotta alla mafia.









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