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Il darwinismo sociale di Mario Monti

alt«Basta con il buonismo sociale» dice Monti. Dopo lo scivolone sul posto fisso (lo sconsiglia ai giovani quando lui ne ha addirittura uno a vita!) il presidente del consiglio, dai microfoni di Repubblica, ne lancia un'altra. In Italia secondo lui ci sarebbe troppo “buonismo sociale”. Abbiamo analizzato le parole pronunciate nelle ultime settimane dal premier e abbiamo scoperto cosa nasconde sotto il loden.


Il professore rivela la sua vera filosofia che è più vicina al darwinismo sociale o all'ideologia del protestantesimo calvinista che alla dottrina sociale del cristianesimo di cui si dice fervente praticante. In Italia secondo Mario Monti ci sarebbe troppo “buonismo sociale” e “troppa resistenza al cambiamento”. Che vuol dire quando usa la parola buonismo? Che dovremmo essere più cattivi socialmente. Che non dovremmo curarci di chi sta peggio? Mentre dovremmo inchinarci e lodare chi se la passa molto bene? E di quale cambiamento parla Mario Monti? Perché gli italiani non dovrebbero volere il cambiamento se questo significa progresso, promozione sociale, benessere economico? Semplice: gli italiani sono svegli, e hanno capito che il cambiamento di cui parla peggiora, anziché migliorare, la condizione lavorativa e di vita. E perché, dovrebbe spiegarci Monti, i cittadini dovrebbero accettare di buon grado di stare peggio? Altro che Danimarca, il suo modello sembra piuttosto quello cinese.
Nella diretta fiume con i lettori di Repubblica il presidente del consiglio rivela non solo la sua ideologia liberista (assecondare il mercato a qualunque costo sociale), ma scopre le sue carte truccate quando parla di equità. Il tono con cui si rivolge ai lavoratori per spogliarli dei loro diritti (posto di lavoro e articolo 18 in testa) non è lo stesso che usa con le banche, con la chiesa, con le aziende monopoliste come Mediaset.
Con i poteri forti è sempre molto cauto e misurato. Sui capitali esportati all'estero dice che deve studiare il dossier. Sull'articolo 18 dei lavoratori invece dice che è un “apartheid” (gli schiavisti sarebbero i lavoratori che userebbero lo Staturo dei lavoratori per tenere al cappio gli imprenditori. Sull'Ici della Chiesa dice che «deve studiare». Mentre sull'Ici nostra non ci ha pensato un secondo. Sulla scala mobile dei pensionati ha fatto versare un po' di lacrime alla Fornero, ma l'ha cimata senza scrupoli. Sui grandi patrimoni all'estero, invece, ha rimandato a tempi migliori. Ai pensionati ha imposto di farsi un conto in banca per riscuotere la pensione, ma sui costi delle commissioni bancarie di carte di credito e bancomat ha sorvolato con sobrietà (perché i pensionati dovrebbero versare quest'obolo alle banche: forse che queste sono più povere dei pensionati?). Ai giovani dice: abituatevi al precariato a vita, ma ai suoi ministri super raccomandati non dice di rinunciare alla cattedra a vita (troppo noiosa) in cambio di un contratto da co.co.pro. di tre me si in tre mesi.
Caro Monti non ce la racconti giusta. Ancora ci devi dire per quale magia economica il prolungamento della vita lavorativa dei lavoratori maturi dovrebbe creare più posti di lavoro per i giovani quando la logica matematica dice esattamente il contrario. E ancora ci devi dire in virtù di quale equazione scientifica la libertà di licenziare dovrebbe creare più posti di lavoro di quanti ne distruggano i licenziamenti.
All'inizio ci era piaciuto Monti, per la sua sobrietà. Avevamo anche pensato che potesse rimettere in piedi l'Italia. Adesso cominciamo a dubitare. Lo spread diminuisce, ma la nostra condizione sociale ed economica peggiora (arriva la recessione, aumentano i prezzi e le tasse). Perché dovremmo essere contenti?

 
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