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2011, l'anno dei movimenti

altSi chiamano "Se Non Ora Quando", "Il Nostro Tempo è Adesso", o "No Tav", "Indignati", "Draghi Ribelli". Nascono in strada ma si rafforzano attraverso il tam tam dei social network. Per sfidare l'immobilismo del potere, per tornare a credere nel futuro, per riaffermare la centralità della "buona politica".


Il risultato clamoroso dei referendum su nucleare, acqua e giustizia, le vittorie inaspettate di sindaci come Pisapia e De Magistris, le battaglie degli studenti contro la liquidazione della scuola pubblica. Dietro tutto questo non ci sono le istituzioni o i partiti ma gruppi di persone che hanno deciso di contarsi e di contare. Con lo straordinario aiuto dei nuovi modi di comunicare.

Roma, piazza della Bocca della Verità. Sono da poco passate le tre di pomeriggio del 13 giugno 2011. E quando sul maxischermo iniziano ad apparire i primi dati sull'affluenza ai Referendum, inizia la festa.  Comitati, associazioni e movimenti hanno raggiunto l'obiettivo: l'acqua, il nucleare, la giustizia restano beni comuni. Una vittoria dal basso, inaspettata, politicamente enorme. Enorme come la gioia negli occhi dei tanti cittadini presenti. Sempre Roma. Stavolta piazza San Giovanni, poco dopo le quattro di pomeriggio del 15 ottobre 2011. Il luogo che più di tutti in Italia simboleggia la partecipazione popolare alla politica diventa, in pochi minuti, una gabbia. Centinaia di persone a volto coperto attaccano i blindati della polizia. Adesso gli occhi sono arrossati dai lacrimogeni, dalla paura, dalla sensazione diffusa di essere in balia di una violenza cieca e senza nessun significato.

Dai 27 milioni di italiani che hanno detto "sì" ai referendum, ai pochi violenti che hanno impedito un'altra festa, quella dell'indignazione. Quella festa che voleva denunciare il retrocedere della politica rispetto alle regole e alle leggi non scritte dei mercati finanziari. Il 2011 è l'anno dei movimenti. L'anno in cui, non solo in Italia, centinaia di migliaia di cittadini hanno espresso, con forme e modalità variegate, un "bisogno di politica" senza pari. E lo hanno fatto scavalcando l'immobilismo del governo Berlusconi nell'affrontare la crisi economica e le fratture nel tessuto sociale del Paese. Lo hanno fatto andando oltre i partiti, anzi spesso costringendoli a rincorrerli su temi specifici. La questione femminile, la precarietà, i bisogni e le urgenze degli studenti, la lotta per la libertà d'informazione, per una legge elettorale diversa dalla "porcata" firmata Calderoli.

Un'intelligenza collettiva che decide di ragionare sul futuro. Senza quasi mai scivolare nell'antipolitica. E che, anzi, chiede alla politica di fare altrettanto: costruire, cambiare, non limitarsi a sopravvivere. Come le donne del comitato "Se Non Ora Quando", che per tutto l'anno manifestano e riempiono piazze affinché l'Italia diventi davvero un paese per donne. O come la rete de "Il Nostro Tempo è Adesso", ovvero i ragazzi che vogliono liberare il proprio futuro dallo spettro della precarietà lavorativa, quindi civile ed esistenziale. Come gli studenti che dalla riforma Gelmini si vedono sottrarre anche la speranza. Come quei tanti "corpi intermedi" che vogliono una società trasparente, aperta, e che lottano perché la libertà d'informazione non venga scalfita, ma ampliata. O perché la legge elettorale sia quello che promette di essere: la forma massima della partecipazione democratica e non una delega in bianco alle burocrazie di partito.

Fin qui la teoria, i temi. Ma è nella prassi che i movimenti rivelano tutta la loro novità. Soprattutto con l'utilizzo dei nuovi media, della rete, delle possibilità messe a disposizione dai social network. Un video su YouTube per far girare messaggi e proposte: basta scorrere l'enorme mole di materiale realizzata dai comitati referendari. Basta una discussione su Facebook per mettere a punto manifesti e bozze programmatiche, per organizzare flash mob e sit-in, come nel caso dei "Draghi Ribelli", degli "Indignati", delle azioni dei "No Tav". E la rete amplifica e non sostituisce il radicamento sui territori. Diventa occasione per programmare incontri, salta oltre la propria autoreferenzialità: uno strumento e non il luogo della protesta. Metodi che stabiliscono correlazioni con gli indignati di mezzo mondo, con i protagonisti della primavera araba, con gli attivisti di "Occupy Wall Street".

E gli effetti sulla vita delle istituzioni repubblicane sono grandi, molti ancora in corso. Come se quel "bisogno di politica" entrasse nelle sedi di governo, nel Parlamento, negli organi degli enti locali. Le vittorie alle comunali di De Magistris e Pisapia, i privilegi della casta, la necessità di partiti che si aprano alle istanze della società civile, la continua e diffusa opposizione al berlusconismo e poi gli occhi puntati sulle misure approntate dal governo di Mario Monti. Avvenimenti e temi che spesso partono dal basso, da piccoli nuclei di dissenso che danno vita a domande politiche rigorose e determinate. Che entrano nel discorso pubblico, mettendo un sigillo sull'irriducibilità della politica a mero calcolo, a mera gestione del potere e del presente. Per chiedere di costruire un futuro all'altezza dell'Italia pensata e progettata dalla Costituzione repubblicana. 
Carmine Saviano, www.repubblica.it

 
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