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Sacrifici sì ma solo se sono equi

altLa battaglia condotta dal sindacato ha migliorato la manovra del governo Monti. Ma la lotta per l'equità continua perché la manovra è ancora da uno squilibrio insopportabile nella distribuzione dei sacrifici chiesti ai cittadini.  Vale la pena di leggere l'ultimo intervento di Carla Cantone pubblicato ieri nelle prime pagine dell'Unità.

«Il costo della crisi – ricorda il segretario dello Spi Cgil – è, infatti, per l’80% a carico dei pensionati, delle donne, dei giovani e dei lavoratori mentre il 15% viene recuperato dai redditi alti e solo un misero 5% dalle grandi ricchezze. Il sindacato dei pensionati della Cgilsi è mobilitato per modificare la manovra, a partire da quell’ingiustizia operata ai danni degli anziani attraverso il blocco delle già esigue rivalutazioni annuali. La tenace battaglia messa in campo ha prodotto un primo, seppur parziale, risultato in quanto inizialmente la manovra prevedeva il blocco della rivalutazione su tutte le pensioni fatta eccezione per quelle minime da 468 euro al mese. Giorno dopo giorno siamo riusciti ad ottenere il mantenimento della rivalutazione per le pensioni fino a 1.400 euro lordi, riuscendo così a recuperare quattro miliardi di euro dalle fasce più ricche a copertura del sacrificio che era stato chiesto alle fasce più deboli ed esposte. Tutto questo – continua Cantone – è ancora insufficiente ma è servito comunque a tutelare almeno cinque milioni di pensionati a dimostrazione che qualcosa di più equo si poteva fare».  

"Ora – prosegue il leader dei pensionati della Cgil – occorre non dimenticare gli altri 8 milioni di persone che vivono con un reddito da pensione medio-basso ed è per questo che non ci rassegniamo all’idea che anche per loro vi sia la tutela del potere d’acquisto.  La crisi è pesante e c’è bisogno di portare fuori il paese da una situazione particolarmente dura.  Sappiamo bene di chi sono le responsabilità e che queste vadano ricercate in tre anni di politiche sbagliate operate dal governo Berlusconi. C’è qualcuno che vorrebbe rimuovere questa verità storica, cambiando le carte in tavola e provando, come la Lega, a rifarsi una verginità. I pensionati, però, hanno la memoria lunga e non possono dimenticare la macelleria sociale a cui sono stati sottoposti per tre anni con la cancellazione del fondo per la non autosufficienza, con i fortissimi tagli alla sanità e agli enti locali e con la sostanziale riduzione dei servizi socio-assistenziali e dell’insieme del welfare. I danni provocati dal governo precedente si sommano ora alla manovra di Monti e portano tantissime persone in una condizione di grande sofferenza e disagio. Il paese avrebbe bisogno di altro, di meno disuguaglianza e di una maggiore giustizia sociale".  

"La giustizia sociale – precisa Carla Cantone – per noi significa andare a toccare chi non ha mai pagato attraverso una vera patrimoniale, contrastando una volta per tutte l’evasione fiscale, azzerando finalmente i costi della politica e fissando un tetto ai compensi di quei manager e di quei dirigenti ora strapagati. Lo Spi Cgil, con la sua autonomia e il suo ruolo di rappresentanza sociale, non rinuncerà ne oggi ne domani a pretendere tutto questo da qualsiasi governo - sia esso di emergenza che eletto dai cittadini – e a rivendicare il diritto a vivere in un paese migliore, più giusto e più equo. Continueremo a chiedere che le pensioni medio-basse siano tutelate concretamente e che si dia vita ad un welfare degno di un paese civile. Non possono essere gli anziani i soliti ad essere colpiti perché, insieme ai giovani, rappresentano l’anello più debole di un modello di società fortemente in crisi. Gli anziani più di tutti hanno a cuore il futuro dei giovani e di questo paese, altro che egoismo o scontro intergenerazionale".

E’ vero, Luciano Lama, diceva che non voleva vincere contro le sue figlie. Ma – osserva il segretario dello Spi Cgil – Lama diceva anche che un paese è considerato civile e democratico solo se vi sono politiche pubbliche per un welfare che abbia il segno della giustizia e indispensabili politiche per il lavoro. Il tema prioritario non può e non deve essere la cancellazione dei diritti, in un paese dove ci sono 2 milioni di disoccupati, oltre 5 milioni di persone che vivono in una condizione di precarietà occupazionale e di tutti questi il 30% sono giovani e donne. La priorità deve essere la crescita, lo sviluppo e il lavoro. Anche per questo diciamo: giù le mani dall’articolo 18! Un grande uomo della sinistra italiana, Enrico Berlinguer, nel 1981 ebbe a dire: “Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire”. Noi la pensiamo ancora come lui.




 
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