di Rosanna Grano, inviata di LiberEtà; foto Susanna D'Aliesio
Le storie raccontate dal palco del Palalottomatica hanno fornito l'immagine reale del paese. Tredici delegati e delegate hanno preso la parola: sei uomini e sette donne, cinque provenienti dal Nord Italia, cinque dal Centro Italia e tre dal Sud e dalle isole. Ecco le loro storie.
Simona Petracca delegate dell'azienda edile Safab: «Man mano abbiamo visto i nostri colleghi andare via, senza che ci venisse spiegato esattamente perché. Poi ci siamo rivolti, forse troppo tardi, alla Fillea Cgil, e abbiamo capito cosa stava succedendo: la nostra azienda alla fine è fallita» Valentina ha concluso il suo intervento citando una canzone del gruppo musicale Cccp: «Non ci faremo travolgere dalla logica del “nasci, produci, crepa”. Resisteremo, non vogliamo crepare».
Pino Viola, delegato Fiom della Fiat: «In questi giorni 460 lavoratori su 580 rischiano di perdere il posto di lavoro. E l'azienda che è in crisi da anni; Marchionne si ostina ad attuare una politica miope, che non guarda alla crescita».
Di crescita parla anche Francesca Assennato, in rappresentanza dell'Ispra, ente di ricerca sull'ambiente. Francesca è una tecnologa. Si definisce "una miracolata" e pone l'accento sulla necessità che ha il Paese di investire nella ricerca. «In questi anni il campo della ricerca ha subito un forte arresto. Mancano i fondi e i nostri ricercatori sono spesso precari. La politica italiana non è stata in grado di capire che è da qui che bisogna ripartire perché il Paese possa davvero risollevarsi e tornare ad essere competitivo», dice. Non solo, però. Un'altra grande risorsa dalla quale l'Italia deve attingere sono i giovani. «Abbiamo bisogno di menti giovani e di conoscenza approfondita. I giovani oggi sono perlopiù precari senza prospettiva. Quello che facciamo oggi a 40 anni avremmo dovuto farlo a 30. Le scarse garanzie per il futuro che abbiamo giocano per noi da freno: non possiamo costruirci una famiglia, comprare una casa, spesso non sappiamo nemmeno se il lavoro che abbiamo durerà più di qualche mese. A fare i precari - dice Francesca - si diventa anche un po' vecchi».
E a proposito miglioramento di servizi ai cittadini è intervenuta Sara Tripodi, di Vagonlit, un'azienda che si occupa di trasporti. La delegata FILT ha rivolto un appello al Ministro per lo Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti, Corrado Passera, per dire che c'è bisogno di un contratto unico che tuteli chi opera nel mondo dei trasporti, che i lavoratori vogliono un contratto che parli di efficienza e di qualità. «I tagli in atto per i pendolari significano aumento delle tariffe e taglio dei costi, con danni anche ambientali. Quindi fanno sorridere le misure di blocco del traffico locali, quando non si fa nulla per migliorare il trasporto pubblico».
Trasporti, ricerca, assistenza sono solo una parte di servizi che al cittadino bisognerebbe garantire. Ne sa qualcosa Michela Miceli, che viene da Taranto e ha avuto una lunga e sofferta esperienza in Teleperformance, colosso francese dei call center. «All'inizio, dopo qualche anno dall'apertura, l'azienda decide di assumere tremila dipendenti a tempo indeterminato. Era maggio, ed era il 2007. Per molti di noi si realizzava quasi un sogno. Avevamo finalmente la possibilità di garantire un futuro decoroso ai nostri figli, di comprare una casa accendendo un mutuo o anche solo di non dover preoccuparci più di finire disoccupati». Ma il sogno si infrange quando nell'aprile 2010 l'azienda annuncia di avere ottocentoquarantasette lavoratori in esubero. «D'un tratto il clima familiare che si respirava diventa un ricordo. Non eravamo più Anna, Michela, Paolo, Francesco, Nicola. Eravamo solo dei numeri accanto alla parola 'esubero'. E i dirigenti, che fino a qualche tempo prima chiacchieravano con noi nei corridoi, sono diventati più freddi. Molti dei dipendenti di Teleperformance, pur di mantenere il posto di lavoro, hanno iniziato a lavorare undici ore al giorno, con contratti a tempo determinato e l'incertezza galoppante». Ma il numero accanto alla parola 'esubero' è aumentato. Qual è, quindi, la soluzione? «Se l'azienda è in crisi noi siamo disposti a sacrificarci. Ma questi sacrifici devono essere trasversali: l'amministratore delegato, i dirigenti, tutti devono essere disposti a sacrificarsi insieme a noi. Altrimenti quello che facciamo è vano. Si sono presi tutto: futuro, lavoro, speranze. Ma la nostra dignità non l'avranno mai».
Pasquale Casarano, lavoratore precario ex “somministrato” dell'Inps di Napoli: «Non basta la sobrietà del nuovo governo, che pure ci piace, serve discontinuità non solo nelle forme e nei modi, ma anche nelle politiche sociali e del lavoro. Dal 2006 sono entrato nell'ente previdenziale come precario, insieme ad altri 235 lavoratori nelle mie stesse condizioni. All'Inps i “somministrati” rappresentavano il 6 per cento della forza lavoro, ma poi i tagli del Governo Berlusconi ci hanno espulsi dal lavoro con conseguenze che si ripercuotono fortemente sulla qualità del servizio, come dimostrano i gravi problemi organizzativi che sta attraversando l'Inps».
Enzo Collorà, poliziotto della squadra mobile di Palermo e delgato Filp: «Sono un privilegiato, non sono un precario, ma nel mio lavoro la precarietà la viviamo tutti i giorni. Nella mia questura i tagli hanno inciso pesantemente, soprattutto sulla polizia di prossimità e sulle squadre mobili. Una mannaia che ha fatto sì che ormai di notte ci siano pochissime macchine a vigilare sulla vostra sicurezza. Ci vogliono sei mesi per cambiare la batteria di una moto, le officine non ci fanno più credito, e spesso siamo costretti a rivolgerci all'amico meccanico. Siamo stanchi di lavorare in queste condizioni: chiedo al nuovo governo gli strumenti idonei per combattere la criminalità, che ci permettano di offrirvi la sicurezza».
Martina Bedin della coop sociale Codess di Padova: «Lavoro in una casa di riposo di Padova, sono un'operatrice sociosanitaria che si occupa del benessere delle persone anziane amo il mio lavoro. La mia retribuzione è bassa e ho sempre paura di perdere il lavoro. Ho già vissuto una crisi aziendale, per questo siamo diventati una cooperativa. E oggi i timori ritornano, perché in periodi di crisi, i primi a cadere sotto la mannaia dei tagli siamo proprio noi, i lavoratori delle cooperative sociali. Già sono stati tagliati i servizi che noi svolgiamo, con la conseguente riduzione dei diritti di tutti. Avrò mai una pensione dignitosa? e quando ci arriverò sarò ospite della casa di riposo n cui lavoro? Il mio è un lavoro usurante ma non è riconosciuto come tale. Non so cosa mi riserva il futuro, e sebbene la situazione del paese ce l'ho ben chiara, al governo Monti voglio chiedere che faccia pagare chi non ha mai pagato, perché lo stato sociale è un bene pubblico e come tale va difeso».
Jide Bamigbade, ricercatore dell'azienda farmaceutica milanese Sanofi: «Licenziare persone e chiudere pezzi importanti di attività non può rappresentare una soluzione. Il mercato farmaceutico è saturo e anche Sanofi è entrata in sofferenza. Negli ultimi 5 anni ci sono già state 3 ristrutturazioni e il nuovo piano prevede una riduzione complessiva del 15% del personale. E' prevista anche la chiusura del centro di ricerca di Milano. Ma questo vuol dire un forte indebolimento della presenza di Sanofi nel nostro Paese e contro questa strategia che penalizza il lavoro ci stiamo battendo con lo stato di agitazione in tutte le sedi del gruppo e chiedendo un tavolo al Governo».
Andrea Negri, vigilante privato: «Al governo Monti chiediamo equilibrio e imparzialità, riconoscimento della professionalità di tutti. Nel mio settore siamo soggetti ai cambi di appalto. Ad ogni cambio rischio il posto o le condizioni del mio contratto di alvoro. Ora che c'è la crisi noi vigilanti rischiamo di pagarla due volte, come lavoratori degli appalti e come cittadini. La mia categoria si sta trasformando sempre più in una riserva indiana di stabili precari. Vogliamo cambiare questa situazione, è questa la nostra lotta».
Yvan Jean Pierre Sagnet, studente a Torino e bracciante in Puglia, una delle anime dello sciopero dei migranti di questa estate a Nardò. «In Puglia sono arrivato per guadagnare i soldi per la retta universitaria e ho scoperto il caporalato, non sapevo cosa fosse. Vivevamo in condizioni terribili, nella masseria, io ho dormito per terra. Il caporale ci ha requisito i documenti, poi è iniziato il lavoro. Il caporale ci costringe a pagare per essere trasportato nei campi e per un panino. Nel campo è dura il lavoro consiste nel caricare cassoni di pomodori da trecento chili, pagati pochissimo a cottimo, con 40 gradi, sotto il sole, senza guanti e senza scarpe. Questo sistema va al di là dello sfruttamento è riduzione allo schiavismo. Ecco perché abbiamo deciso di scioperare. E' stato difficile, ma lo abbiamo fatto».
Dignità è questo il messaggio unanime che i delegati intervenuti hanno voluto lanciare al capo dello Stato e al governo. Ed è in questo senso che la Cgil si orienterà quando domani incontrerà Mario Monti, prima della presentazione di lunedì della Manovra alle Camere.
Rosanna Grano







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