di Bruno Ugolini
La Cgil rilancia la sua ricetta per uscire dalla crisi. Oggi al Palalottomatica di Roma la Confederazione riunisce in assemblea quindicimila delegati provenienti da tutte le regioni ed espressione di tutte le categorie. Lo slogan è uno solo: lavoro.
Lavoro e basta, lavoro senza aggettivi. È il titolo scarno, essenziale, scelto dalla Cgil per l’assemblea straordinaria convocata per il 3 dicembre a Roma, con la partecipazione di quindicimila delegati. Un modo per far pesare la voce di chi ha un ruolo fondamentale nel far uscire l’Italia dalle secche della crisi. E che intende giocare tale ruolo da protagonista consapevole e non da semplice portatore di sacrifici.
Tutti parlano oggi di capitale finanziario, ma pochi parlano di capitale umano. Quel capitale che è stato in questi ultimi anni frammentato, spesso distrutto non da un destino cieco e non solo da una globalizzazione lasciata andare allo sbaraglio, ma soprattutto da un governo permeato di intenti antilavoro (oltre che anti Cgil).
Oggi si tratta di ricostruire, appunto, quel “capitale”, partendo dalle prime enunciazioni avanzate dal governo presieduto da Mario Monti e che comportano, come ha sottolineato la segreteria della Cgil, «una inversione di tendenza».
Non sarà facile. Le cifre del disastro non fanno solo riferimento all’altalena dello spread. I dati parlano di oltre otto milioni di donne e uomini “sofferenti” e tra essi primeggiano i giovani: tre milioni e mezzo di disoccupati, tre milioni di precari, mezzo milione in cassa integrazione, un numero incalcolabile nelle strettoie del lavoro nero.
Troppe macerie in giro
Il panorama che abbiamo sotto gli occhi è disseminato di macerie. Come se uscissimo da un’altra guerra. Con uno stretto rapporto tra i due “capitali” (umano ed economico). Ora in Italia l’attesa è per quanto farà il nuovo governo e per le speranze suscitate da quella parola “equità” così ripetutamente scandita. I lavoratori italiani hanno assistito al passaggio di consegne comprendendo che il momento è grave e che la coraggiosa scommessa, guidata in particolare dal presidente Giorgio Napolitano, è di una delicatezza estrema. Può infrangersi da un momento all’altro con gravi danni soprattutto per i soggetti sociali più deboli.
Occorre capire però che non basta ricercare i sacrifici pur necessari, ma che bisogna davvero tradurre in scelte precise quel vocabolo “equità”. Per poter così salvaguardare e valorizzare il “capitale umano” così bistrattato in questi anni.
Alcune misure per esempio evocate nella famosa lettera di intenti del precedente governo all’Europa, rischiano solo di umiliare e dividere il mondo del lavoro, non di aiutare una ripresa qualitativa dei processi produttivi. È il caso di alcune soluzioni prospettate per esempio per i precari, con i punti interrogativi suscitati dalla proposta Ichino di rendere tutti i posti di lavoro “fissi” e nello stesso tempo precari. Senza ancora la chiarezza necessaria circa il possibile seppellimento di tutte le oltre quaranta forme contrattuali vigenti. Nonché di un provvedimento unico comprendente anche ammortizzatori sociali.
Un eguale discorso potrebbe essere fatto sul capitolo pensioni dove potrebbe essere prioritaria la necessità di assicurare una pensione a chi oggi, come i precari, non è in grado di assicurarsi una vecchiaia stabile, dopo una vita instabile, attraverso i contributi necessari. Ma ugualmente bisogna tenere presenti i punti di criticità sociali come il reddito da pensione, le figure lavorative espulse dalla crisi che si trovano nel limbo dei senza lavoro e senza pensione.
Questo come molti altri sono temi che troveranno spazio nell’assemblea dei delegati della Cgil di oggi. Con la consapevolezza, crediamo, che si possa operare un salto di qualità e aprire una fase nuova.
Bruno Ugolini







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