Una follia non dare la cittadinanza a chi nasce in Italia, dice il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La maggioranza degli italiani è d’accordo con lui. Ma cosa ne pensano i nuovi italiani? L’abbiamo chiesto alla scrittrice Igiaba Scego.
«Somala di origine, italiana per vocazione», così si autodefinisce Igiaba Scego, scrittrice, traduttrice e giornalista, nata a Roma da genitori somali nel 1974. Accento romano e pelle nera, sorriso grande e idee precise. Pochi mesi fa è stata addirittura ricevuta dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che l’ha chiamata personalmente al telefono dopo aver letto una sua lettera sulla condizione di precarietà che vivono i giovani d’oggi. Impegnata in progetti con giovani immigrati di seconda generazione, Igiaba ha letto e riletto la nostra Costituzione e a sentirla sembra più italiana di alcuni ministri della Repubblica: «Meno male che c’è – dice –. Anche se, poverina, è costantemente violata e misconosciuta».
Abbiamo chiesto a questa agguerrita scrittrice di commentare alcuni articoli della Costituzione. Cominciamo dal primo.
«Jaskarandeep Singh Gakhal – racconta – è originario del Punjab, nell’India settentrionale. È arrivato in Italia quando aveva cinque anni e mezzo. Oggi ne ha 25 e tutta la sua vita l’ha passata a Città di Castello. Casa sua è l’Umbria ma, essendo figlio di migranti, in un’Italia dominata dal pensiero leghista, si sente straniero nella sua nazione. Jaska, così lo chiamano gli amici, non può votare. Così mi ha detto: “Faccio parte di quella fetta del popolo italiano che, un secolo dopo il suffragio universale maschile e mezzo secolo dopo il voto alle donne, non ha potuto votare in queste elezioni. Per noi si sono dimenticati di applicare le regole della democrazia... Fino a quando le leggi non cambieranno non potremo essere gli Obama italiani, ma nemmeno insegnanti, avvocati, magistrati, bidelli e qualsiasi altra attività che preveda l’accesso mediante concorso pubblico».
Sara Picardo







Sfoglia qualche pagina













