Il governo Monti dovrebbe avere un compito primario. Spazzare via le macerie prodotte da chi l’ha preceduto. Macerie istituzionali, economiche, politiche, morali, giuridiche di costume. Va tutto mandato al macero. Fare piazza pulita del populismo becero, dell’ignoranza, dell’ideologia della divisione, della sopraffazione, del sessismo fobico e altro ancora.
Dopo tanto strepitare sopra le righe, dopo la volgarità al potere, il disgusto quotidiano e lo strepito da caravanserraglio nel cuore dello Stato, la normalità di Monti e dei suoi ministri sembra un miracolo. La loro sobrietà di abito e soprattutto la serietà di parola è una rivoluzione.
Se farà questo il nuovo governo Monti avrà centrato la sua missione. Certo, poi vengono i nodi da sciogliere. Chi lo nega. Ma vivaddio se le proposte vengono da persone oneste, serie, che pensano all’interesse generale e non al “particulare” com’è stato fin qui. Se c’è la buona fede ci si può confrontare, si può dialogare, si possono trovare punti di incontro, se si vuole.
«Il governo Monti – scrive questa mattina il direttore dell’Unità Claudio Sardo – nasce rafforzando la speranza che il Paese possa finalmente voltare pagina. La sua squadra è di alto profilo. E la discontinuità con l’esecutivo precedente è netta: negli uomini, nei messaggi, nello stile».
Insomma si torna ad avere un governo normale. Tralasciamo per ora le contraddizioni che porta con sé questa fase, le innaturali convergenze politiche in parlamento per tenere in piedi il governo. Deve durare il tempo necessario per evitare all’Italia il triste destino della Grecia, ripulire l’aria, ridare credibilità internazionale al nostro paese. Poi si ritornerà alla politica, alle idee, alla costruzione di un paese socialmente più equo, con meno distanze, meno povertà, più sviluppo, più futuro.
Tutti i ragionamenti che faremo da qui alle prossime elezioni devono partire da un punto di assoluta chiarezza. Lo spiega molto bene Marco Revelli sul Manifesto di oggi. L’ingresso di Monti a Palazzo Chigi «ha il senso di un'ultima chiamata, oltre la quale non c'è un'altra soluzione politica possibile, ma solo il vuoto in cui tutti, nessuno escluso, finiremmo per schiantarci: l'insolvenza dello Stato, la sospensione del pagamento degli stipendi ai dipendenti pubblici, delle pensioni, il blocco del credito bancario, la paralisi del sistema produttivo, da cui una astrattamente desiderabile campagna elettorale non ci avrebbe messo al sicuro, anzi. Non so se la nascita del suo governo sarà sufficiente a metterci al riparo, almeno temporaneamente, dalla tempesta che ci infuria intorno. Ma so che ne è - anche sul piano dello stile - la condizione necessaria».
Infine un’ultima considerazione. Se siamo arrivati a questo punto e aver scampato il pericoli di cui parla Revelli, il merito principale va riconosciuto al presidente della Repubblica. Questo governo nasce sotto l’egida di Napolitano. Il presidente ne parla come fosse un suo figlio prediletto. Giorgio Napolitano ha condotto con forza ed equilibrio la crisi verso una soluzione che non era affatto scontata e che, obiettivamente, colloca il Paese in una posizione migliore per affrontare i propri problemi e per essere guardato con maggiore rispetto all’estero. Per questo diciamo solo una cosa: grazie presidente.







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