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Inchiesta/ Prezzi fuori controllo

altL’aumento della tassa sui consumi, passata con l’ultima manovra dal 20 al 21 per cento, sta generando una crescita incontrollata dei prezzi di largo consumo. E a pagare di più gli effetti dell’inflazione sono le famiglie che hanno redditi più modesti. A rischio il potere d'acquisto di pensioni e salari.


Bollette del gas e carburanti. Giocattoli e Tv. Moto, auto, abbigliamento e scarpe. E ancora: detersivi, succhi di frutta, vino, cioccolata, pacchetti vacanze e una serie di servizi, dalla riparazione dell’idraulico al taglio dal parrucchiere. Sono solo alcuni dei prodotti soggetti all’aumento dell’aliquota ordinaria dell’Iva dal 20 al 21 per cento, deciso dal governo nella manovra correttiva di Ferragosto e scattato il 17 settembre scorso.
Il rincaro avrebbe dovuto pesare soltanto per l’1 per cento. Ma così non è. Sono bastati pochi giorni per toccare con mano gli effetti disastrosi della manovra su gran parte dei beni di largo consumo. Tutto scaricato sulle spalle dei consumatori. «Soprattutto lavoratori e pensionati, chi ha un reddito fisso medio e medio-basso. Insomma, i soliti noti – denuncia Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori –. L’aumento dell’Iva produrrà a breve ricadute pesantissime sulle famiglie e un’ulteriore contrazione dei consumi, già ridotti all’osso a causa della continua e inarrestabile caduta del potere di acquisto. Senza contare il rischio speculazioni».
Le associazioni dei consumatori avevano messo subito sull’avviso: il pericolo è un aumento indiscriminato dei prezzi. E infatti i rialzi “selvaggi” non si sono fatti attendere. A ridosso dell’entrata in vigore della nuova aliquota, la benzina verde è subito schizzata a 1,7 euro al litro, per poi riassestarsi su 1,6 euro. Le sigarette hanno registrato un rincaro medio del 4 per cento, cioè 15-20 centesimi in più a pacchetto, con punte del 15 per cento per il tabacco trinciato. Non ha fatto eccezione il caffè al bar, passato in molti casi da 80 a 90 centesimi dalla sera alla mattina. Le cose non sono andate meglio per i pedaggi autostradali che lungi dall’essere saliti di un punto percentuale, hanno avuto balzi in avanti a macchia di leopardo ben più consistenti.
Poi è toccato alle bollette del gas: più 5,5 per cento a partire da ottobre. Stessa musica per Cd e Dvd: i primi costano oggi il 7,7 per cento in più rispetto ad agosto, i prezzi dei secondi sono lievitati del 2,7 per cento. L’elenco è ancora lungo: i cartellini di scarpe e abbigliamento hanno subìto una crescita del 3-6 per cento, mentre vini, spumanti e alcolici sono rincarati del 6-7 per cento.
I ritocchi di queste settimane, tutti superiori all’1 per cento, hanno confermato i timori. Le decine e decine di segnalazioni arrivate ai centralini delle associazioni si sono trasformate in esposti alla guardia di finanza, appelli al governo a fare marcia indietro sull’Iva, denunce per truffa.
«Secondo le rilevazioni, i prezzi al dettaglio dei prodotti alimentari, per la pulizia della casa e per l’igiene personale che hanno subìto il rialzo dell’Iva, hanno avuto un aumento medio del 2,79 per cento, pari a più del triplo rispetto a quello 0,833 per cento che ci si doveva attendere se fosse stato matematicamente applicato solo l’aumento dell’aliquota – spiegano dal Codacons –. Se l’Iva passa dal 20 al 21 per cento, infatti, non significa che un bene che prima costava un euro ora costa 1,01 euro. Bisogna scorporare e considerare il prezzo senza Iva, e su quello applicare la nuova aliquota».
I rincari sono del tutto ingiustificati. E la replica di Confcomemrcio, che difende la categoria dalle accuse di speculazione, appare debole e infondata. Non solo. I ritocchi non dovrebbero riguardare i cosiddetti beni di prima necessità, ai quali si applica l’aliquota del 4 o del 10 per cento. E invece stanno investendo una buona fetta del carrello della spesa. «Più del 40 per cento dei beni che vendiamo nella grande distribuzione ha l’Iva al 20 per cento ed è interessata dai rialzi» ammettono da Federdistribuzione.
Ma chi dovrebbe controllare, che cosa fa? Mister prezzi, ovvero Roberto Sambuco, ha annunciato di aver disposto verifiche e ispezioni assieme alla guardia di finanza e al ministero dello Sviluppo economico. Peccato però che i controlli per essere efficaci sarebbero dovuti scattare prima dell’entrata in vigore dell’aumento. Alla fine della partita, anche se alcune aziende hanno annunciato che assorbiranno l’aumento e non lo scaricheranno sull’acquirente, quell’1 per cento di imposta di valore aggiunto si tradurrà in un maggiore aggravio per le nostre tasche di 385 euro all’anno per ogni nucleo familiare. Se fosse solo l’1 per cento. Ma come abbiamo visto è molto di più.

Patrizia Pallara

 
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