Intervista a Dacia Maraini
È sempre in giro per il globo, viaggiatrice instancabile «come mia nonna inglese – dice –, che si è fatta tutta la Persia da sola negli anni Venti del secolo scorso e ha continuato a girare il mondo fino a che è arrivata in Italia e ha conosciuto mio nonno. O come mio padre, anche lui eterno indagatore del pianeta». Dacia Maraini è premurosa e sorridente. Dopo averla tampinata mesi – le sue risposte venivano ora dal Giappone ora dal Sudamerica – mi chiede di andarla a trovare nella casa di montagna nel cuore del parco nazionale abruzzese, dove riposa prima di intraprendere «nuovi viaggi e nuove conoscenze, perché viaggiare vuol dire conoscere se stessi e gli altri».
Mi offre tè orientale e ciambellone locale, in un ambiente che profuma di libertà profonda, raccoglimento, distensione. L’ho cercata per parlare dei tempi che corrono e del suo ultimo libro, La grande festa. Un libro di sogni e di ricordi di chi non è più con noi e ci ha amati e abbiamo amato. Un libro intenso, intimo, solare sul rapporto tra vivi e morti, dove si rievocano e si incontrano gli affetti familiari e i grandi personaggi che innervano il vissuto di questa donna straordinaria, da Alberto Moravia a Pierpaolo Pasolini a Maria Callas. «Il mio racconto vuole accogliere e abbracciare come in una grande festa le persone amate, restituendo alla nostra fine quel sentimento estremo di bellezza e consolazione che gli è proprio».
Pietre preziose Oggi si tende a nascondere la morte, non è più un rito comunitario di passaggio, viviamo immersi in un giovanilismo ipocrita e mercantile, dove si esaltano i corpi scintillanti e perfetti. È obbligatorio fingere ottimismo, proclamare buona salute e celare il dolore, lasciando solo e affidato alle macchine ospedaliere chi sta terminando il suo percorso terreno. Il suo libro va contro queste finzioni: parla del dolore senza indurre cultura della sofferenza. «Questa è figlia del cristianesimo, il simbolo più importante della nostra cultura è un uomo in croce, un simbolo tremendo (e mi fanno ridere quelle donne che sul decolté mettono una croce tempestata di diamanti, perché trasformano il dolore in ninnoli). Altre culture – come il buddismo – propongono filosofie del distacco da sé, della riflessione che non ha niente a che vedere con la cultura della sofferenza e del sacrificio».
C’è poi chi ostenta sul petto nudo la croce con pietre preziose per contrapporsi bellicosamente ad altre fedi, magari per restituire identità all’Occidente disorientato. Oriana Fallaci se n’è fatta paladina e guerriera. «È la logica del fanatismo che attraversa le religioni, una malattia che produce degenerazioni, dove in fin dei conti il problema è politico, non religioso». Le ragioni economiche e sociali sono sempre alla base degli schieramenti: in Siria si consuma un massacro ininterrotto e i capi della comunità cristiana appoggiano i criminali al potere. «È una dittatura dove il popolo si ribella, un fatto politico».
Vuoti a perdere Torniamo al libro. «Un tempo c’era un’idea comunitaria della morte, vi erano riti collettivi (compreso il cibo) che difendevano la coesione sociale, anche i bambini vi partecipavano, non venivano tenuti lontano come adesso, non gli si mentiva dicendo che la persona in questione è partita per un lungo viaggio o cose del genere, i bambini venivano iniziati alla vita anche nei suoi aspetti di gratitudine e dolore. Lo dicono le favole meravigliose e crudeli di Perrault o dei fratelli Grimm. Mentre oggi ci si forma con Walt Disney che inganna la realtà, la addolcisce, la falsifica, così il bambino non apprende nulla, vive in una specie di ovatta, e quando si scontra con la vita vera non ce la fa perché non è stato iniziato ad affrontarla. Questa iperprotettività non protegge seriamente il fanciullo, bensì lo vizia, lo rende fragile. E in generale oggi la morte viene ignorata, è un tabù, i morti fan paura, proprio perché abbiamo abolito le elaborazioni rituali collettive, la grande festa di saluto, di passaggio, ma anche di memoria partecipata al defunto. Un po’come vengono ignorati gli anziani: il feticismo della gioventù e della produttività – buttando a mare l’esperienza e l’accumulo di conoscenza – trasforma i vecchi in vuoti a perdere, è un meccanismo di esclusione di chi non sta al gioco di apparire sempre pimpante».
È l’ideologia di Berlusconi, le sue pagliacciate pubbliche, la bandana in testa, le feste orgiastiche: un’ideologia leggera e cancerogena con metastasi diffuse a macchia d’olio. «Certamente, è una forma di imposizione e di mancanza di rispetto per gli altri, ma una società non funziona se non c’è riguardo, attenzione e rispetto per gli altri. Tutto quel che manca nel nostro paese – la politica come servizio pubblico, il riconoscimento del merito e dei diritti, la lotta alla corruzione, la solidarietà – si basa sulla mancanza di questo sentimento elementare che è il sentimento dell’altro: un egoismo che rifiuta e disprezza l’altro in genere, l’anziano povero, il diverso, l’immigrato, gli svantaggiati… La cultura odierna è una cultura di mercato, dove l’individuo viene privato della sua autonomia e formato per comprare, per consumare, una cultura senza etica che ha lo scopo di demolire la memoria collettiva e le conquiste dei decenni passati, di attaccarne il senso e la valenza. Un individuo ridotto a puro consumatore, il cittadino compratore è un soggetto pensante ridotto a oggetto per il mercato. E un bravo consumatore non deve avere memoria, perché la memoria è confronto e riflessione con se stesso e col passato, il che aiuta a orientarsi nel presente, a scegliere e giudicare, a essere attivo, non passivo».
Fare memoria La cultura sociale ridotta a cultura mercantile distrugge la ricchezza multiforme dell’esperienza umana, impoverisce le nostre protezioni esistenziali. «Perciò il ruolo dell’intellettuale nel contrapporsi alla cultura del mercato deve necessariamente consistere nell’esercitare la memoria: la pratica della memoria è un atto di resistenza, contro ogni tipo di revisionismo funzionale al potere del mercato e alla vanificazione dei valori del Novecento, quindi fare memoria è un atto politico per difendere le lotte di Liberazione, di emancipazione, delle conquiste civili, della Costituzione… Revisionismo significa negare il valore della lotta contro i nazifascisti, vuol dire mettere sullo stesso piano la Resistenza e le foibe, fare di tutta l’erba un fascio. È molto pericoloso negare la memoria».
Rigenerare la politica La rinuncia alla conoscenza porta alla violenza facile, alla regressione delle idee, alla oligarchia del consenso indotto. Perciò la lotta culturale è di primaria importanza nelle lotte sociali per salvaguardare se stessi, la propria identità. «So bene di essere assai critica, però non sono pessimista: il tessuto sociale nel suo insieme è più sano di quanto possa apparire. Sta alla politica cogliere il sano e rilanciarlo, ma la politica oggi è malata, girano troppi soldi, e fa spavento chi entra nei partiti per far carriera invece che fare il bene comune. Fare politica è una missione, è come insegnare o curare i malati, un’idea di servizio per gli altri: rigenerare la politica è l’augurio più alto che possiamo farci».









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