Michele Stefanile nel suo “Vita e verità sul proletariato del Mezzogiorno” (segnalazione speciale all’ultima edizione del premio LiberEtà) ha intrecciato le proprie memorie personali con il racconto di vicende collettive accadute nel proprio paese, Oppido Lucano, in Basilicata. Su quattromila abitanti c’erano più di settecento braccianti agricoli. Nel 1923 l’occupazione delle terre scatenò la violenza fascista. E poi ci sono racconti di una frana che uccise sette giovani lavandaie al fiume, gli oltre quattrocento morti di febbre spagnola durante la grande guerra e le processioni devozionali per chiedere l’acqua alla Madonna, di cui tratta il brano che qui pubblichiamo (Luca Ricci)
L’ultima pioggia si ebbe il 9 febbraio 1952. Così alla metà di maggio si decise di fare questa processione. Le donne, specie le più esemplari, andavano scalze, a piedi nudi, le ragazze, parte più attiva della processione, perché una preghiera di ragazze vergini era più sentita, andavano pure scalze, con i capelli sciolti, con in testa una corona di spine fatta di rovo, costruita da loro stesse e di ragazzi pure scalzi, pure con la corona di spine in testa come la imitazione di Gesù Cristo al Calvario e per il sacrificio dei peccati.
E così si andava cantando, pregando con lo stile paesano, dal paese passando per il convento e fino alla Madonna, cioè al monte di Belvedere. Le preghiere che erano di uso era chiedere la pioggia e un gruppo diceva in coro: «Tutti l’hamma prigan a la mamma del Signor benedici la campagna, perdona i peccator». Poi rispondeva il grosso, pure in coro: «Grazia Madonna, grazia sant’Antonio, prigam arru Signor, ca ni vol perdunnà».
All’arrivo le donne piangevano, si percuotevano il petto con la mano, si sbottonavano il petto, a che le percosse al petto arrivassero più direttamente a petto nudo.
Io allora avevo 25 anni e mi immaginavo come veramente non c’era nulla da fare quando non fa pioggia, ma una piccola credenza c’era, che una cosa soprannaturale potesse creare un’esca per far piovere.
Al convento padre Vito fece una predica, poi si prese la statua di sant’Antonio e si proseguì per il tratturo verso il Belvedere, che era tutto breccia spaccata e i piedi dei poveri ragazzi si rompevano, tutti sanguinolenti.
Arrivati davanti al Belvedere si cacciava fuori la statua della Madonna, messa accanto a quella di sant’Antonio e padre Vito fece un’altra predica e a metà cadde svenuto, e allora la preoccupazione della gente non era tanto per i campi, ma per padre Vito che era svenuto, ma poi rinviene e finì la predica.
Dopo veniva un ricco con un paio di bisacce sopra un asino, pieno di panelle, e le dava a tutti quei ragazzi.
E ancora dopo si rinchiudeva la Madonna e si tornava al convento. Si lasciava la statua del santo e si tornava a Oppido, sempre in preghiera dicendo quelle frasi per la pioggia. E i ragazzi incominciavano a piangere, qualcuno a gettare la corona di spine nella sterpata cercando qualche pochino di strada senza pietre.
Ma il tempo restava bell’allineato, senza nuvole, e alcuni cominciarono a dire che erano stati “passi persi”. Infatti non piovve, né quel giorno, né per altri dieci, né fino alla mietitura. Quindi né Cristo, né la Madonna e nemmeno sant’Antonio ebbero compassione di questo nostro popolo di Oppido, così credente.









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