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Liberetà

Premio LiberEtà

Perché il premio LiberEtà

La storia del Novecento è una sequenza di eventi (guerre, migrazioni, perdita e riconquista della democrazia, alfabetizzazione di massa e conquista del benessere, lotte per i diritti civili, emancipazione delle donne). 
La memoria del vissuto di tutti coloro che si sono trovati nel mezzo di questi grandi percorsi della storia fanno parte dell’immenso bagaglio di memoria che tutti gli italiani, chi più chi meno, portano nello zaino della propia identità individuale e collettiva.
Per non disperdere questa memoria e per costruire un rapporto più solido fra le generazioni quattordici anni fa nasceva il Premio LiberEtà “per una vita di lavoro e di impegno sociale”.
Il premio è organizzato in collaborazione con la Fondazione Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, presso la quale sono catalogati e conservati tutti i diari dei partecipanti alle varie edizioni.
I testi in archivio ripercorrono i momenti fondamentali della storia d’Italia: la trasformazione del mondo del lavoro, che va di pari passo con gli altri mutamenti sociali e civili, la conquista della coscienza dei diritti, la costruzione di una società più giusta, l’elaborazione di nuovi modelli e stili di vita.
I criteri che ispirano la selezione sono la coerenza e la rispondenza con l’impianto e le finalità del premio.
Ogni anno l’opera del vincitore diventa un libro pubblicato dalla casa editrice Liberetà, vogliamo sottolineare.
Ad oggi sono circa 60 i libri che si rifanno al Premio Liberetà e puoi trovarli nella nostra Collana della memoria.

L’edizione di quest’anno
La partecipazione all’edizione di quest’anno è ormai conclusa. Il termine per la consegna dei testi era infatti il 30 giugno 2011. Per consultare il regolamento clicca qui.



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Arezzo è la cornice ideale per l’appuntamento con il premio LiberEtà “per l’autobiografia di una vita di lavoro e di impegno sociale” e non solo: qui, anche il premio Generazioni ha messo in luce una volta di più l’importanza della memoria che non sia solo “amarcord”, che non parli a se stessa ma si trasmetta ai giovani.
I finalisti del nono premio LiberEtà: Angelo Dall’Occo, Emanuele Fiorellini, Katia Graziosi, Mario Pellegrini, Maria Luisa Salvietti Sichi. Vincitore è Angelo Dall’Occo con Una storia vera.

 
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Il decimo anniversario del Premio LiberEtà si svolge a Roma, il 4 ottobre 2007, la mattina ai Musei Capitolini, Sala Pietro da Cortona, e nel pomeriggio, al Caffè letterario di via Ostiense, premiazione dei partecipanti e spettacolo. Nel corso dell’iniziativa, i brani tratti dalle opere dell’edizione 2007 vengono letti dagli attori Alessandra Romeo e Gianni Bonagura.
I finalisti sono: Milvio Ciani, Bruna Franceschini, Alvaro Giannelli, Ernesto Matteucci, Antonio Specchio, Mimmo Tardio. I segnalati: Maria Teresa Barnabei Bonaduce, Pietro Ianniello, Dino Raccanelli. Nella lista d’onore: Geppe Bertoni, Giordano Bruno D’Ambrosio, Aldo Fantini, Maria Fresu, Gileo Galli, Attilio Piccinelli. Vincitore è Antonio Specchio con Detenuto politico 3048.

 
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A Roma, l’11 dicembre 2008, l’appuntamento è al Teatro delle Muse, con Luca Ricci e Lisa Ginzburg, con i finalisti del Premio LiberEtà e gli autori segnalati dalla giuria. Letture di brani dai diari in concorso sono accompagnate da interventi musicali dei Têtes de Bois.
I finalisti 2008 sono: Gino Borghi, Gianni Marchetto, Marcello Masini, Cecilia Tratzi, Gabriella Zocca. Una segnalazione speciale è stata deliberata per: Michele Maduli e Marianne Warschauer Bartoloni. La lista d’onore è composta da: Bruno Bellini, Ettore Combattente, Gianfranco Filippini, Irea Gualandi, Elide Pacini. Vincitrice è Cecilia Tratzi con 1968: diario di un’occupazione.

 

Anna Gironi

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Finalment una mimìna! Con questo grido (finalmente una bambina!) il 26 luglio 1937 nonno Aurelio accolse la notizia della nascita di Anna. Aveva ragione a essere contento. Era la prima bambina dopo sei cuginetti. Il papà Luigi, “Papà pacifico”, era un tipo allegro, ottimista, rispettoso e leale verso il prossimo; la mamma Maria, “Passa la corriera!”, era schiva, seria, sempre in movimento. La loro era una grande casa rurale addossata alla collina dell’Appennino tosco-emiliano: «Giù in fondo il paese di San Benedetto Val di Sambro».

Anna oggi ha 73 anni ed è la vincitrice della 13esima edizione del premio LiberEtà per una vita di lavoro e di impegno sociale. La giuria del premio, che si è svolto al teatro delle Muse di Roma l’11 gennaio, l’ha scelta con questa motivazione: «La memoria di Anna Gironi (intitolata: E non venisse mai giorno! Ricordi di un’infanzia contadina) racconta con chiarezza, con garbo, e con efficacia, le vicende d’una famiglia mezzadrile della campagna bolognese dagli anni Trenta del Novecento. Il racconto intreccia la sua storia personale (gli anni della scuola, la ricerca del lavoro, la volontà forte di riscattarsi da tutti i pregiudizi sociali), una storia all’insegna della “speranza in un mondo più giusto”, con quella della società italiana fra il 1937 e il 1956 (la guerra, la ricostruzione, la democrazia, la trasformazione della società italiana, le battaglie civili, il nuovo ruolo della donna nella società)».

La vita di Anna è quella tipica di una famiglia di mezzadri, fatta di lavoro intenso e continuo per tutti, gli adulti per i campi, la mamma in faccende domestiche, i bambini ad aiutare e a condurre gli animali al pascolo, con una divisione dei ruoli codificata, una costante sensazione di freddo nelle lunghe giornate invernali, uno stile di vita davvero essenziale: «Dalla primavera all’autunno si andava scalzi», e quando si compravano le scarpe per l’inverno, erano sempre scarpe di qualche numero più grandi, «per essere indossate per almeno due anni di seguito»: e perciò erano inevitabili dolori ai piedi, una camminata come le papere, e la vergogna con i coetanei a indossare scarponi grandi in un corpicino piccolo.

C’erano poi anche le vicende della grande storia a rendere tutto ancora più difficile e complicato: i due richiami del papà al servizio militare (prima nella guerra d’Africa, e poi in Jugoslavia), la guerra con tutte le sue devastazioni (i furti dei beni da parte dei nazifascisti, i bombardamenti che distrussero il paese, il pericolo costante di vita o di rappresaglie odiose come l’olio di ricino).

In una vita di così grande fatica c’erano anche momenti di serenità e di intensa collaborazione, e la memoria di Anna ne identifica alcuni: ecco la rievocazione divertita e affettuosa delle serate “a veglia”, in cui la comunità si riuniva nelle stalle riscaldate dal fiato degli animali, e si alternavano il lavoro dell’intrecciare la paglia – cui collaboravano tutti, uomini e donne, adulti e bambini –, il canto da soli e in coro, e i racconti di storie sempre tremende e paurosissime di diavoli, assassini, maghi, mostri e orchi; ecco il clima di solidarietà che aveva momenti alti, come fu la volta che proprio alla piccola Anna un vitello cadde in un crepaccio e allora accorsero «dai vari casolari circostanti» i vicini: «Chi portava un piccone, un badile, chi una corda, chi una scala, chi un altro attrezzo», e così con la collaborazione di tutti il vitello fu recuperato sano e salvo; ecco le serate che gli uomini si concedevano fra un bicchiere e un altro, un coro e un altro, e gridavano: «E non venisse mai giorno!», nell’illusione che quel clima potesse prolungarsi, mentre poi tutto si concludeva molto più semplicemente con solenni sbronze. Ed ecco l’educazione sessuale di Anna: arrivata a dodici anni, ebbe la prima mestruazione, e la mamma, che se ne accorse facendole il bagno settimanale nella tinozza di legno, le diede il «quadrato di tela bianca», le insegnò come usarlo, e poi le disse: «Da questo momento se vai con un uomo rimani incinta!». E basta: «Stop, fine della lezione»…

Anna però riesce ad andare a scuola, e addirittura ad arrivare alla licenza di scuola media. Per fare questo i genitori devono affrontare grandi sacrifici, tanto più perché in quegli anni mandare a scuola una ragazza era davvero una cosa strana e inconcepibile, sì che molti, a partire dal prete, ne rimproverarono i genitori: «Ma cosa si è messo in testa Gigi di far studiare la figlia?». Ma ad Anna questa non sembra una cosa strana, e anzi la reputa come il primo momento del suo riscatto di donna dai ruoli tradizionali. Così, coerentemente, nonostante il suo desiderio di proseguire negli studi, Anna decide di andare a servizio a Bologna come domestica.


Anni duri con il confronto con un’altra civiltà, ma anche segnati da processi irreversibili di presa di coscienza: ecco le prime letture (Cristo si è fermato a Eboli, dove Anna scopre «vite più drammatiche di quelle da me conosciute». E poi Le mie prigioni, il primo libro comprato con i suoi soldi!). Ecco i primi incontri con i ragazzi (ma nessuno ebbe «la prova d’amore» se non colui che sarebbe diventato suo marito). Ecco il ritorno a casa con l’ormai maturata scelta di una vita diversa, quando quasi tutti i parenti e gli amici si erano trasferiti in città per lavorare come operai, come artigiani, come impiegati. E questa scelta maturò nel 1956 con il trasferimento della famiglia in una bella casa alla periferia di Bologna, «con acqua corrente in casa e la vasca da bagno».

 

Storia di un metalmeccanico meridionale

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Giovanni Mandato
(Aversa, Caserta)

Aversa, provincia di Caserta. Fine anni Cinquanta. Giovanni vive con la famiglia in un basso. Sua madre era «l’unica del vicolo che sapeva leggere e scrivere», suo padre, operaio alla Imam Aerfer di Napoli, muore all’improvviso e Giovanni, a soli quindici anni diventa operaio metalmeccanico con la qualifica di “scaldachiodi”, o’ scaurachiovo. Inizia qui la sua nuova vita di fatica e responsabilità familiari. Il ragazzo è costretto a crescere in fretta e a occuparsi anche dei diritti degli altri! Con gli occhi di Giovanni rivediamo la stagione entusiasmante tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, dei consigli di fabbrica, di un sindacato protagonista della vita politica. Poi, l’impegno contro il terrorismo, la mobilitazione per il rapimento di Aldo Moro. A un certo punto Giovanni decide di andare in pensione perché, dice, «era giunto il momento di svecchiare l'azienda, fare entrare nuove risorse umane, i giovani, dargli spazio».
La storia di Mandato è stata pubblicata da LiberEtà nella collana della memoria col titolo: Storia di un metalmeccanico meridionale.

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